PREMIO PAGANINI
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Quarta Corda
Anno IX n.1 - febbraio 2006


- Genova per Paganini
- Premio Paganini 2006
- Vi presento... Azio Corghi
- Piacere... Syncopations
- Q&A Volker Biesenbender
- Paganiniana 2005: largo ai giovani!
- I voli di Niccolò di Luca Francesconi
- "Paganini" per Paganini. Intervista a Carla Magnan
- Dopo il Premio
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Vi presento... Azio Corghi
Nato a Ciriè nel 1937. Esteso ormai su un intero quarantennio, il catalogo di Azio Corghi ha attraversato stagioni diverse della storia della musica, navigando lungo una rotta originale: rotta spesso appartata rispetto a quelle percorse dai colleghi della sua generazione e, forse proprio in virtù di questa collocazione eccentrica, non organica, in grado d'intercettare e comprendere per tempo alcune istanze ineludibili dell'esperienza musicale contemporanea.
Non sarà un caso se la produzione del compositore, nato a Cirié (Torino) il 9 marzo 1937 e formatosi nei conservatori di Torino e Milano (dov'è allievo di composizione di Bruno Bettinelli), pervenga alla compiuta realizzazione a trent'anni dalle prime esperienze compositive, a partire cioè dall'importante gruppo di lavori nati intorno a una data epocale come il 1989.
In realtà, tralasciando le prove d'apprendistato di fine anni Cinquanta, già dal '63 Corghi aveva dato alle stampe le proprie opere; nel '66 aveva vinto il concorso "Ricordi-RAI" con Intavolature; da "...in fieri" (1969) alcuni suoi lavori avevano ricevuto un battesimo internazionale; dal '71 il compositore si era aperto al medium fondamentale dell'elettronica con Symbola; nel '74 aveva accostato il teatro d'avanguardia con Tactus; nel '77 il balletto con Actus III; nel 1982, infine, era stato eseguito a Parigi dall'Ensemble Intercontemporain.
Un percorso di un quarto di secolo dunque, lungo il quale si è andata progressivamente ampliando la portata degli interessi del Corghi compositore, le cui energie restano tuttavia contese dal didatta (una serie di cattedre ricoperte dal '77 nei conservatori di Torino, Parma e Milano, una masterclass a Berkeley) e dal musicologo (l'edizione critica dell'Italiana in Algeri).
Con l'allestimento dell'opera Gargantua al Regio di Torino (1984) s'inaugura una stagione nuova, che porta a compimento premesse lungamente coltivate e definisce, nel giro di pochi anni, uno stile della maturità chiaramente individuabile. Come mai prima, Corghi si rivolge con assiduità alla grande forma, conseguendo un notevole rilievo internazionale. Se non abbandona l'attività didattica (presso l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l'Accademia Chigiana di Siena, ma anche una masterclass nell'Università di Cincinnati) né la musica da camera (dal quartetto "animi motus" al raffinato "a 'nsunnari..."), arricchisce il proprio catalogo di opere teatrali (sette lavori in vent'anni e altri progetti in cantiere), balletti (titoli strepitosi come Mazapegul e il rossiniano Un petit train de plaisir), vaste pagine sinfoniche e sinfonico-corali, la Rapsodia in re (D), La cetra appesa, per il cinquantenario della Liberazione, La morte di Lazzaro e il recentissimo De paz e de guerra, entrambi su testo di Saramago).
Un catalogo che affronta con determinazione alcune apparenti antinomie del fare musica oggi, a cominciare dalla più ingombrante, la dialettica impegno/comunicazione, che Corghi sottopone a un aggiornamento significativo: supera infatti il dogma per cui tra valenza politico-sociale della creazione artistica e fruibilità da parte di un pubblico non engagé si dia alternativa radicale, e guadagna a una valenza comunicativa carica di significato atteggiamenti ascritti dall'intelligencija musicale degli scorsi decenni a divertissement inautentico.
L'atto del comporre viene cosė a configurarsi quale testimonianza nei confronti dell'altro, gesto di responsabilità etica che lega il musicista agli uomini del suo tempo. Opere teatrali e cantate, soprattutto, vivono dell'impegno umanistico di contagiare una "nostalgia inguaribile della speranza", un "desiderio disperato di vita", complice il valore delle scelte letterarie del compositore, su cui spicca il premio Nobel José Saramago, operosissimo indagatore della drammatica opacità della Storia, legato a Corghi da un ferace e duraturo sodalizio che ha già fruttato sei lavori importanti, tra cui le opere Blimunda e Divara. Ma intimamente corghiana è anche quella vocazione affabulatoria che ricerca una qualità narrativa della scrittura musicale nei continui incontri con forme quali il balletto e la cantata, disponibili ad assecondare l'estro incoercibile di fare teatro, e nel confronto con testi di altri musicisti poeti e prosatori, attraverso i quali Corghi realizza una fitta trama simbolica, ricca di relazioni, risonanze, diffrazioni di significato.
Spesso ciò comporta la rivisitazione della tradizione musicale, secondo modalità che imitano la nostra recezione corrente della musica del passato: non la trascrizione "innocente" ma la citazione calata in un contesto linguistico ironicamente straniato, un milieu compositivo moderno, come inevitabilmente moderno è il nostro approccio alla memoria musicale.
E ancora, emergono come centrali nell'esperienza compositiva di Corghi la frequentazione degli archetipi della cultura popolare, la raffinata ricerca timbrica, il ludus di ascendenza rossiniana. Filone creativo, quest'ultimo, che risponde alla poetica del divertissement, di quel gioco arguto e ironico dell'intelligenza che nel compositore s'intreccia indissolubilmente con la pensosa esplorazione del destino storico e individuale dell'uomo.
Due volti di un'antinomia dell'esistenza che la musica di Corghi certo non pretende di risolvere, ma ugualmente investiga con passione tenace.

Raffaele Mellace © Casa Ricordi, Milano